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Acqua · Danimarca
L’acqua che non arriva: 42 litri su 100 si perdono nei tubi
L’Italia perde il 42% dell’acqua immessa in rete, la Danimarca il 7,5%. Il segreto: ogni litro perso costa a chi gestisce la rete.
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Il carosello
1 / 15Apriamo il rubinetto e l’acqua scende, limpida, senza fatica. Dietro quel gesto c’è un viaggio lunghissimo: sorgenti, pozzi, depuratori, chilometri di tubi sotto le strade. E lungo quel viaggio, in Italia, succede qualcosa che quasi nessuno vede: su 100 litri che entrano nelle tubature, 42 non arrivano a nessun rubinetto.
I numeri dell’ISTAT
Secondo le statistiche ISTAT sull’acqua, le ultime disponibili relative al 2022, le reti italiane perdono il 42,4% dell’acqua che trasportano: 157 litri al giorno per abitante, 3,4 miliardi di metri cubi in un anno. Con quell’acqua, calcola l’ISTAT, si potrebbe soddisfare per un anno il fabbisogno di 43 milioni di persone, tre italiani su quattro. Ogni anno entrano nelle reti di distribuzione 8 miliardi di metri cubi e ai rubinetti ne arrivano 4,6. Non è un problema nuovo: nel 2020 le perdite erano il 42,2%.
Una precisazione, per onestà. Non tutta l’acqua “persa” finisce davvero sotto terra: una parte è acqua non misurata, tra contatori vecchi, allacci abusivi e consumi non registrati. Ma la gran parte sono perdite fisiche: acqua captata, trattata, resa potabile con un costo, e poi lasciata andare.
Da Potenza a Como
La mappa delle perdite è quasi un romanzo. In Basilicata si perde il 65,5% dell’acqua, in Abruzzo il 62,5%, in Molise, Sardegna e Sicilia più della metà. La provincia di Bolzano perde il 28,8%, l’Emilia-Romagna il 29,7%. Tra le città la distanza è vertiginosa: Potenza 71%, Chieti 70%, Milano 13%, Como e Pavia 9%. Il problema non è la geologia né il destino: ci sono città italiane con reti da Nord Europa. Quindi si può fare, e si fa già.
In Europa, secondo EurEau, l’associazione dei servizi idrici, i Paesi Bassi perdono il 5,5%, la Germania il 6%, la Francia il 19%, il Regno Unito il 17%. Peggio dell’Italia c’è solo la Romania. E la Danimarca perde il 7,5%.
La regola danese
Nel 1993 il Parlamento danese approva una legge sull’acqua del rubinetto (n. 492/1993). Dal 1° gennaio 1994 ogni acquedotto paga una tassa sull’acqua che distribuisce, e la paga sempre su almeno il 90% dell’acqua prelevata, anche se una parte si perde nei tubi. Un esempio: un acquedotto pompa 100 metri cubi, ne consegna 80 e ne perde 20. Senza la regola pagherebbe la tassa su 80; con la regola la paga su 90. Fino al 10% di perdite nessuna penalità; oltre, ogni litro perso si paga come se fosse stato venduto. Le aziende idriche danesi la chiamano, senza giri di parole, imposta penale.
All’inizio costava una corona al metro cubo, salita a cinque nel 1998; oggi sono 6,37 corone, circa 85 centesimi di euro. Abbastanza da rendere conveniente riparare un tubo invece di lasciarlo perdere. Con numeri inventati ma realistici: un piccolo acquedotto che preleva un milione di metri cubi l’anno e ne perde il 20% paga la tassa su 100.000 metri cubi che nessuno ha bevuto, circa 85.000 euro l’anno, finché non ripara. E il fisco non accetta scuse: nel 1998 un acquedotto chiese di non pagare su quasi 7.000 metri cubi persi per una rottura improvvisa. La risposta fu no.
Una perdita che non costa niente a chi la gestisce è un problema di tutti, cioè di nessuno. Quando diventa una voce di bilancio, qualcuno la ripara.
I risultati
Nel 1980 un bilancio idrico danese stimava perdite tra l’8 e il 23%; nel 2002 erano intorno al 6%; oggi, secondo l’associazione delle aziende idriche DANVA, la media è del 7,5%. Nel 2021, su 76 aziende, solo dieci hanno pagato la penale. Dal 2009 una seconda legge mette un tetto ai ricavi delle aziende e le confronta ogni anno su costi e prestazioni. E i consumi domestici sono scesi da 172 litri al giorno per persona nel 1992 a 97 nel 2024, il minimo storico.
L’altra faccia
In Danimarca l’acqua costa cara: contando fogne e depurazione la tariffa domestica supera i 10 euro al metro cubo, in Italia siamo intorno ai 2. Una famiglia danese spende in media 784 euro l’anno, una italiana 384. Rispetto al reddito, però, il peso è quasi identico, poco meno dell’1% là, poco più dell’1% qui. E soprattutto la Danimarca investe nella rete 188 euro per abitante l’anno, l’Italia circa 51. Non è la tassa da sola ad aver fatto il miracolo: è una regola chiara unita a investimenti costanti per decenni. La tassa è il segnale, gli investimenti sono il lavoro.
E in Italia?
Dal 2018 l’ARERA valuta i gestori anche sulle perdite, dividendoli in cinque classi dalla A alla E: chi è in classe E deve ridurre le perdite del 6% ogni anno, chi migliora riceve un premio, chi peggiora una penalità. L’idea è simile a quella danese, ma i risultati sono lenti: nel 2021 solo un gestore su tre ha raggiunto l’obiettivo sulle perdite.
Poi il PNRR: 900 milioni nel 2022 e altri 959 nel 2024, quasi 2 miliardi e 103 interventi. L’obiettivo era dividere in distretti almeno 45.000 chilometri di tubi per misurare dove si perde; secondo i dati citati dalla Corte dei conti se ne sarebbero fatti circa 51.000. Un passo importante, ma senza un obiettivo numerico di riduzione delle perdite: si misura meglio, non è detto che si perda meno. Intanto nel 2024 abbiamo prelevato 8,87 miliardi di metri cubi per uso potabile, il livello più basso da venticinque anni. Usiamo meno acqua, ma continuiamo a perderne quasi la metà.
Cosa possiamo copiare
- Rendere la perdita un costo per chi gestisce la rete, non per il cittadino: una regola semplice e uguale per tutti.
- Dati pubblici gestore per gestore: sapere quanta acqua perde il proprio acquedotto deve essere facile come leggere la bolletta.
- Soldi pubblici legati ai risultati: ogni euro investito con un obiettivo misurabile e una data.
- Investimenti costanti, ogni anno, non bandi una volta ogni dieci.
Ogni estate, con la siccità, ci ricordiamo quanto vale l’acqua: razionamenti, autobotti, campagne secche. Poi piove e dimentichiamo. Ma la siccità più grande forse è quella che non vediamo, quella che scorre sotto i nostri piedi nei tubi rotti, giorno e notte.
Nel video
- 0:00L'acqua che non arriva
- 0:29I numeri dell'ISTAT
- 1:23Una precisazione
- 1:44La mappa delle regioni
- 2:09Le città: da Potenza a Como
- 2:37Il confronto europeo
- 3:00La regola danese
- 4:07Quanto costa, un esempio
- 5:17I risultati
- 6:26Il rovescio
- 7:16E l'Italia? ARERA
- 7:54Il PNRR
- 8:45Cosa possiamo copiare
- 9:27La siccità che non vediamo
Fonti
- ISTAT, Statistiche sull'acqua 2020-2023 (dati 2022) e prelievi per uso potabile 2024
- EurEau, Europe's Water in Figures (2026)
- Legge danese n. 492/1993 sulla tassa sull'acqua di rubinetto (Lov om afgift af ledningsført vand); Skattestyrelsen
- DANVA, Vand i tal (2025)
- Legge danese sul settore idrico (Vandsektorloven, 2009)
- ARERA, regolazione della qualità tecnica (RQTI) e relazioni annuali
- Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, PNRR M2C4 I4.2; Corte dei conti
- Fortune Italia (perdite nei capoluoghi, dati ISTAT 2022)














