Puntate / Lavoro e salari
Lavoro e salari · Germania, Regno Unito, Spagna
Gli stipendi che non crescono. Cosa fanno gli altri Paesi
Dal 1990 il salario medio italiano è sceso del 2% al netto dell’inflazione. In Germania e in Francia è salito del 35%.
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1 / 15Prendiamo un lavoratore italiano del 1990 e mettiamolo accanto a suo figlio, che oggi fa lo stesso lavoro. Secondo i dati OCSE riportati da TPI nell’ottobre 2026, al netto dell’inflazione il figlio guadagna in media circa il 2% in meno del padre. Trentacinque anni di tecnologia, computer, internet, e lo stipendio è fermo. Anzi, un po’ più basso. Nello stesso periodo in Germania e in Francia i salari reali sono cresciuti di circa il 35%, in Spagna del 16%, nella media OCSE del 36%.
E non riguarda solo il passato. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2024 i salari reali italiani erano ancora 8,7 punti sotto il livello del 2008, il risultato peggiore del G20 (Sky TG24). Secondo l’OCSE, all’inizio del 2026 erano il 6,1% sotto l’inizio del 2021 (Il Sole 24 Ore), e il nuovo rincaro dell’energia rischia di farli scendere ancora.
Perché: tre motivi
Il primo è la produttività, cioè quanto valore produce in media un’ora di lavoro. Secondo l’ISTAT tra il 1995 e il 2024 è cresciuta in Italia dello 0,3% l’anno, contro l’1,5% dell’Unione europea e l’1,2% della Germania (MF). Se un’ora di lavoro non produce più valore, è difficile pagarla di più.
Il secondo sono i contratti che arrivano tardi. In Italia gli stipendi li fissano soprattutto i contratti collettivi nazionali, che spesso restano scaduti a lungo. Secondo l’ISTAT, a fine giugno 2026 c’erano 25 contratti in attesa di rinnovo per circa 3,9 milioni di lavoratori, con un’attesa media di 17,9 mesi: un anno e mezzo in cui i prezzi salgono e lo stipendio no.
Il terzo è il peso di tasse e contributi. Secondo l’OCSE (Taxing Wages 2026), nel 2025 per un single con stipendio medio il cuneo fiscale italiano era del 45,8% del costo del lavoro, contro il 35,1% della media OCSE. Ma in Germania è ancora più alto, oltre il 49%: le tasse da sole non spiegano perché lì gli stipendi crescono e qui no.
Germania: il salario minimo che non ha tolto lavoro
Fino al 2014 la Germania, come l’Italia, non aveva un salario minimo per legge e decidevano i contratti. Ma sempre più lavoratori restavano fuori, soprattutto nei servizi e nell’Est. Nel 2015 arriva il salario minimo legale, 8,50 euro l’ora. Molti prevedevano centinaia di migliaia di posti persi. Uno studio pubblicato nel 2022 sul Quarterly Journal of Economics ha trovato invece che ha alzato le paghe più basse senza ridurre l’occupazione, e che una parte dei lavoratori si è spostata da imprese piccole e poco produttive verso imprese più grandi e più produttive.
Oggi il minimo tedesco è di 13,90 euro l’ora, dal 1° gennaio 2027 sarà di 14,60 (DGB) e riguarda circa sei milioni di persone. Secondo le previsioni OCSE riportate da Euronews, la Germania è l’unica grande economia europea in cui i salari reali dovrebbero crescere nel 2026 e nel 2027.
Non lo decide il governo a ogni campagna elettorale: lo decide una commissione di sindacati e imprese, che guarda i dati.
Regno Unito: la commissione sui salari bassi
Il Regno Unito ha la Low Pay Commission: sindacati, imprese ed esperti che ogni anno raccomandano al governo di quanto alzare il minimo, dopo studi e consultazioni. Per il 2026 ha ricevuto quasi cento contributi scritti e incontrato più di cento tra imprese, sindacati e associazioni. Dal 2016 il minimo per gli adulti è cresciuto del 23% al netto dell’inflazione, senza un impatto negativo significativo sull’occupazione, e secondo l’ONS nel 2025 la quota di posti a bassa retribuzione è scesa al 2,5%, il livello più basso da quando esistono i dati, il 1997.
Spagna: +60% in sette anni
Nel 2018 il salario minimo spagnolo era di circa 736 euro al mese; nel 2025 è arrivato a 1.184 euro per quattordici mensilità, il 60% in più (Esade). Secondo la Banca di Spagna, per il grande aumento del 2019 un effetto negativo sull’occupazione c’è stato, ma contenuto, intorno allo 0,15% dell’occupazione a tempo pieno. Nel frattempo gli occupati hanno continuato a crescere.
E in Italia?
Un salario minimo per legge non c’è: i minimi li fissano i contratti collettivi, che coprono la grande maggioranza dei lavoratori. Per questo la direttiva europea sui salari minimi adeguati, confermata quasi interamente dalla Corte di giustizia nel novembre 2025, non obbliga l’Italia a introdurne uno.
Il governo ha scelto un’altra strada. Il decreto lavoro 2026 (DL 62/2026, convertito con L. 112/2026) stabilisce che il riferimento per un “salario giusto” è il trattamento economico complessivo del contratto più rappresentativo di ogni settore: chi applica contratti peggiori perde gli incentivi pubblici. È un modo per colpire i contratti pirata, ma una soglia oraria uguale per tutti non c’è. C’è anche una seconda novità: se un contratto scaduto non viene rinnovato entro nove mesi scatta un adeguamento pari al 50% dell’inflazione IPCA. È la prima volta che l’attesa di un rinnovo ha un prezzo, anche se vale solo per i contratti che scadono da ora in poi.
L’altra faccia
- Il salario minimo alza le paghe più basse ma non risolve da solo il problema dei salari medi. Il nodo resta la produttività: senza imprese più grandi, investimenti, innovazione e formazione, i salari non crescono a lungo.
- L’Italia non è la Germania: tra Nord e Sud produttività e costo della vita sono molto diversi, e un minimo uguale per tutti potrebbe pesare di più sulle piccole imprese del Mezzogiorno. Servono gradualità e dati.
- La contrattazione italiana è forte: un salario minimo mal costruito potrebbe indebolirla, se diventasse un tetto invece che un pavimento.
Cosa possiamo copiare
- Una commissione indipendente sui salari bassi, come in Germania e nel Regno Unito, che ogni anno faccia una proposta pubblica e motivata.
- Un pavimento orario sotto i contratti, non al loro posto, per chi resta fuori o è coperto da un contratto pirata.
- Contratti rinnovati in tempo: la regola dei nove mesi va misurata e, se funziona, rafforzata.
- Salari legati alla produttività: premiare le imprese che crescono, investono e formano le persone è una politica salariale, anche se non sembra.
In Germania, all’inizio, il salario minimo sembrava una minaccia per il lavoro. Si è rivelato una spinta: ha costretto le imprese meno produttive a migliorare, o a lasciare spazio a chi sapeva fare meglio. Un salario non è solo un costo, è un segnale: dice quanto vale il lavoro di una persona. E un Paese che per trentacinque anni non riesce ad alzarlo sta dicendo qualcosa di sé.
Fonti
- TPI su dati OCSE (ottobre 2026)
- OCSE, Employment Outlook 2026 (Il Sole 24 Ore)
- Previsioni OCSE sui salari reali (Euronews)
- ILO, Global Wage Report (Sky TG24)
- ISTAT, produttività 1995-2024
- ISTAT, retribuzioni contrattuali aprile-giugno 2026
- OCSE, Taxing Wages 2026 (Assolombarda)
- Dustmann et al., Quarterly Journal of Economics (2022)
- DGB, salario minimo 2026-2027
- Low Pay Commission, rapporto 2025
- ONS, Low and high pay 2025
- Esade, salario minimo in Spagna
- Corte di giustizia UE, causa C-19/23
- Decreto lavoro 2026 (Money.it)














